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Bion alla Tavistock Clinic in un raro audio-visivo

“Per esempio, si sente dire: “Vai a trovare queste persone ricoverate in quel reparto ospedaliero e te ne occupi? Sono malati oncologici terminali”. Oncologico terminale: basta porvi mente per rendersi conto di quanto sia ridicola questa espressione. Come si fa a sapere che è terminale? Terminale di che cosa? Di che costituisce il punto finale? E ad ogni buon conto, non ci interessa come sarà organizzato il funerale o altre cose del genere; ci interessano gli esseri viventi e il fatto di poter fare un lavoro per rendere tollerabile la vita a persone ricoverate in un determinato reparto per il periodo che rimane a loro da vivere. In tal caso abbiamo qualcosa da fare che non ha niente a che vedere con il “tumore in fase terminale”. Si tratta piuttosto di rendere tollerabile e disponibile la vita ancora da venire, la parte restante dell’esistenza ancora depositata “in banca”, per così dire, e di trovare dei metodi mediante i quali possiamo offrire a questi pazienti la possibilità di sintonizzarsi con quella lunghezza d’onda in cui ci si occupa di quanto si può fare, e non ci si preoccupa troppo di quanto non si può fare. Talvolta penso che esista quasi una nevrosi professionale tra gli analisti, perché dedichiamo moltissimo tempo a scoprire gli errori compiuti – i nostri errori, i nostri peccati, i nostri crimini e così via – tanto da dimenticarci che si tratta di un aspetto dalla rilevanza minima in tutta la storia. Indubbiamente vogliamo sapere in che cosa siamo incapaci – saperlo è molto utile -ma ciò che è veramente importante sapere è in che cosa siamo anche soltanto parzialmente capaci. Perciò anche se avete un paziente che presumibilmente è in “fase terminale”, in quali aree le sue competenze si sono preservate?  …”

 

Wilfred R. Bion “Seminari Tavistock”

Borla

2007 Roma