“E camminando di notte nel centro di Milano semideserto e buio, e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai paura…”.
Si inizia così questa piccola perla del teatro canzone di Giorgio Gaber, che con la consueta geniale ironia mette in scena l’impercettibile slittamento emotivo che dalla solitudine e dallo smarrimento conduce alla paura e infine alla persecutorietà.