Il Don Carlo è un’opera di Verdi che affronta molteplici tematiche, tra cui spiccano il rapporto padre-figlio (Filippo II-Don Carlo), e lo scontro tra due diverse concezioni della politica, quella del Marchese di Posa, favorevole a un’apertura alle autonomie locali, e quella di Filippo II, che incarna invece il centralismo di una monarchia assoluta. E’ forte anche il tema del contrasto tra Stato e Chiesa, che trova il suo apice, nell’opera, nel famoso incontro/scontro tra Filippo II e il Grande Inquisitore.

Ma particolarmente approfondita è la caratterizzazione sotto il profilo psicologico di Filippo II, il grande monarca solitario che ricevette nelle proprie mani un regno dall’estensione smisurata dal padre, l’imperatore Carlo V. E’ in particolare nella prima scena dell’atto III, che prendono risalto la figura di Filippo II e la dimensione paranoica che egli finisce col rappresentare, colta nel momento dell’incrinatura che permette di intravedere l’angoscia sottostante. La solitudine di un potere immenso, la sposa Elisabetta di Valois, sposata per ragion di Stato, ma innamorata del figlio di Filippo II, Don Carlo, da cui è ricambiata, la vecchiaia, il ritiro nell’austera freddezza del Monastero dell’Escorial, rappresentante una tetra religiosità controriformista, concorrono a spingere Filippo II a intonare il celebre cantabile “Dormirò sol nel manto mio regal”, preceduto di poco dal malinconico assolo di un violoncello che sottolinea quanto mai la solitudine in cui egli si trova. Ma l’insonnia, la tristezza, la dolente consapevolezza dell’inutilità del potere nei rapporti umani autentici, la diffidenza e il sospetto (“se dorme il prence, veglia il traditore…”), il monotono trascorrere dei giorni, spogliati della dimensione storica sottolineata nell’opera verdiana, contrassegnano quell’umanissima amalgama di auto-celebrazione narcisistica, antidoto alla solitudine e all’angoscia abbandonica, e di sospettosità e ostilità paranoiche, che tanto spesso coinvolgono anche l’uomo qualunque nella vita di tutti i giorni.