Il tema dell’amore perduto è indubbiamente rappresentato nell’arte in modi pressoché infiniti. E’ peraltro altrettanto vero che si possono riconoscere alcuni filoni tematici privilegiati. Due spiccano per la loro polarizzazione che riecheggia la distinzione freudiana tra lutto e melanconia, esposta nel celebre scritto omonimo del 1915.
In un caso la perdita dell’amore è vissuta come una lacerazione irreparabile che peserà senza soluzione sul resto della vita. Le conseguenze psicologiche possono essere pesantissime e talvolta drammatiche. Nell’altro caso, la perdita viene invece vissuta come un doloroso momento del proprio percorso esistenziale, che non preclude il proseguimento della vita, ma può anzi arricchirlo sia pure attraverso un rivolgimento traumatico. Nei due casi è completamente diversa l’esperienza del ricordo: torturante e non elaborabile rievocazione di un passato che non tornerà mai (“nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/nella miseria” dice Francesca a Dante nel V canto dell’Inferno), oppure ricordo arricchente di un’esperienza amorosa (“io mi dico è stato meglio lasciarci/che non esserci mai incontrati” canta Fabrizio De Andrè in “Giugno ’73”).

E’ pienamente calata nella prima dimensione la cavatina di Riccardo ne “I Puritani” di Vincenzo Bellini, “Ah! per sempre io ti perdei”. Alla notizia che l’amata Elvira Valton andrà in sposa ad Arturo Talbo, Riccardo si dispera e intona la propria ‘aria di sortita’ dopo aver proclamato “Il duol che al cor mi piomba/sol calma avrà nel sonno della tomba”. Il tema è ripreso subito dopo: “Ah! la vita che m’avanza/sarà piena di dolor…”. Il libretto di Carlo Pepoli è certamente scritto nell’italiano retorico del primo ‘800, ma la musica di Bellini rende questa pagina di estrema e struggente bellezza.

Più di un secolo più tardi e a migliaia di chilometri di distanza, in una realtà socio-culturale radicalmente diversa, Kris Kristofferson compone una canzone dal titolo “For the good times”, che vedrà in seguito numerose cover da parte di altri artisti, ma di cui la più bella versione rimane quella cantata dalla voce pastosa dell’ultimo Johnny Cash, pubblicata postuma. Qui ci troviamo nel filone opposto: il trauma e la conseguente tristezza non impediscono di vivere il presente, ed è possibile evitare di rimanere intrappolati in un passato perduto e in un futuro irrimediabilmente collassato.