Scrive nel 1966 Herbert Marcuse nella prefazione ‘politica’ al proprio saggio “Eros e civiltà” del 1955: “Poiché la società opulenta si regge sempre sulla continua produzione e consumo di beni inutili, accessori, di mezzi di distruzione e sull’invecchiamento pianificato dei prodotti, bisogna fare in modo che gli individui si adattino a queste esigenze anche in forme diverse da quelle tradizionali. […] La direzione scientifica dei bisogni istintuali è da tempo divenuta un fattore di vitale importanza per la riproduzione del sistema: le merci che debbono essere comprate e consumate sono trasformate in oggetti di libido; e il Nemico nazionale che deve essere combattuto ed odiato è distorto e gonfiato in modo tale da poter scatenare e soddisfare l’aggressività che si cela nella profondità dell’inconscio. La democrazia di massa fornisce l’armamentario politico per realizzare questa introiezione del principio di realtà; essa non solamente permette al popolo (fino a un certo punto) di scegliere i propri padroni e di partecipare (fino a un certo punto) al governo, ma consente anche ai padroni di scomparire dietro la cortina tecnologica dell’apparato di produzione e distruzione da essi controllato, e nasconde i costi in uomini (e in materiali) dei benefici e dei comforts che essa riversa su quanti sono disposti a collaborare. La gente, efficacemente manipolata ed organizzata, è libera: ignoranza, impotenza e eteronomia introiettata costituiscono il prezzo della sua libertà.”
Herbert Marcuse, esponente della Scuola di Francoforte e divenuto negli anni ’60 uno dei discussi maestri del ’68, scrive nel linguaggio socio-psicoanalitico, spesso fortemente ideologico, proprio di quegli anni, declinato in grande parte nell’incrocio teorico tra Freud e Marx (le cui analogie e diversità sono esposte e criticate da un altro importante esponente della Scuola di Francoforte, Erich Fromm, nel saggio “Marx e Freud”), ma la riflessione sull’aspetto oppressivo della moderna concezione della libertà è certamente meritevole di attenzione.
Nel linguaggio teatrale ironico e penetrante che gli è proprio, ovviamente radicalmente diverso da quello di Marcuse, Giorgio Gaber mostra una singolare analogia di pensiero nel celebre monologo che segue, “L’America”, tratto dallo spettacolo intitolato non a caso “Libertà obbligatoria” del 1976.