Si è aperto questa settimana a Marsiglia il processo contro una psichiatra accusata di “omicidio involontario” per non aver curato adeguatamente, secondo la pubblica accusa, un paziente schizofrenico che il 9 marzo 2004 uccise il compagno della nonna.
Si tratta della dottoressa Danièle Canarelli, che aveva in cura Joël Gaillard all’ospedale Edouard-Toulouse tra il 2000 e il 2004. Secondo l’accusa, il medico, malgrado il parere di altri specialisti che avevano visitato Gaillard – tutti concordi nel diagnosticare una forma di schizofrenia paranoide potenzialmente molto pericolosa – avrebbe curato in modo inappropriato il paziente, sottovalutandone la pericolosità, e diventando ‘co-responsabile’ del grave reato commesso. Per lei è stata chiesta dalla pubblica accusa la condanna a un anno di reclusione.
Non è certo la prima volta che uno psichiatra viene processato per un’accusa di questo tipo, poiché in fondo la tacita richiesta che viene avanzata alla psichiatria è quella di un ‘controllo’ sociale della malattia mentale, controllo che in passato ha avuto nel manicomio la propria chiave di volta. Pertanto, se un malato di mente commette un reato è spesso considerato co-responsabile lo psichiatra curante per una sorta di omissione di vigilanza, laddove è evidente che, essendo lo psichiatra un medico, il compito primario che gli pertiene è quello della cura e del sollievo della sofferenza del malato, non la protezione della società. Nelle parole rilasciate dall’avvocato difensore della famiglia della vittima, Gérard Chemla, è evidente invece proprio la richiesta di tutela della collettività anteposta alla cura: “Il y a un moment où la défense sociale doit passer avant le patient” (intervista su Le Monde).
Tra i molti casi analoghi, vale la pena ricordare quello di Alberto Miklus, paziente ricoverato al manicomio di Gorizia quando ne era direttore Franco Basaglia, dieci anni prima della legge 180. Miklus, durante un permesso accordato dai medici curanti, uccise la moglie Milena Kristancic. Era il 26 settembre del 1968. Furono processati insieme a Miklus (che fu dichiarato non imputabile per vizio totale di mente e che venne pertanto ricoverato in Ospedale Psichiatrico Giudiziario) anche Franco Basaglia e il dott. Antonio Slavich per il delitto di “cooperazione in omicidio colposo”. Basaglia, difeso da Nereo Battello e da Loris Fortuna (il firmatario della legge sul divorzio) fu assolto per non aver commesso il fatto (si trovava tra l’altro all’estero per un congresso quando avvenne l’omicidio), mentre Slavich fu rinviato a giudizio per essere poi assolto quattro anni più tardi.