Nella prima puntata della versione italiana di In Treatment è inserita una brevissima sequenza, che interrompe lo svolgersi della seduta tra lo psicoterapeuta Giovanni Mari (interpretato da Sergio Castellitto) e la paziente Sara (Kasia Smutniak). A un certo punto del colloquio, infatti, Sara, ancora sconvolta da quanto accaduto nella notte con uno sconosciuto col quale ha avuto un occasionale breve contatto sessuale nella toilette di un bar, sentendosi sporca, si alza improvvisamente dal divano per andare in bagno a vomitare. La sequenza di cui parliamo corrisponde ai pochi minuti trascorsi da Sara nella toilette dello psicoterapeuta. Sara, spettinata e in lacrime, scomposta, con il trucco che cola dagli occhi, vomita nella tazza del bagno, quindi si alza per andare a sciacquarsi il viso al lavandino. Le immagini procedono inquadrando il piccolo pensile sopra il lavabo, che Sara apre per guardare cosa c’è dentro: si vede la sua mano che tocca in particolare alcuni farmaci che vi sono contenuti. Infine, Sara richiude l’armadietto, sullo specchio del quale compare improvvisamente il suo volto completamente trasformato: il viso è in ordine, i capelli sono raccolti, lo sguardo è tornato determinato: Sara è pronta a riprendere il colloquio, che avrà una svolta imprevista.
E’ interessante il fatto che questa brevissima sequenza sembra rappresentare un distillato densamente simbolico dell’intera seduta e, in particolare, dell’atteggiamento di Sara nei confronti della psicoterapia, atteggiamento che prende corpo in questa scena come in un sogno. La sequenza si articola, infatti, intorno a cinque oggetti simbolici: la tazza del water, il lavandino, l’armadietto, i farmaci, lo specchio, senza considerare che lo stesso luogo all’interno del quale avviene la scena, la toilette, è di per sé un rappresentante della stanza d’analisi (come non ricordare che un tempo lo studio medico era anche indicato come ‘gabinetto’ medico, poiché l’originale etimo della parola gabinetto – dal francese cabinet – rimanda a un luogo appartato dedicato allo studio e a colloqui privati?).
Intorno a questi oggetti simbolici avvengono azioni che rappresentano alcuni dei momenti chiave dell’esperienza psicoterapeutica. Molto in breve: il vomito (l’evacuazione liberatoria), il lavarsi il viso (la catarsi), l’apertura dell’armadietto (l’accesso all’inconscio), il contatto coi farmaci (il prendersi cura di sé), lo specchio (la consapevolezza e la ‘riflessione’).
Se è vero che si tratta di momenti universalmente presenti nella psicoterapia, è altrettanto vero però che l’atteggiamento transferale di Sara è problematico e ben raffigurato dalla fine di questa sequenza. Infatti, i farmaci/psicoterapeuta sembrano avere il valore di un feticcio: è sufficiente toccarli perché qualcosa magicamente cambi, ma non nel senso di una trasformazione profonda e autentica, bensì nel senso di un ripristino di una modalità relazionale narcisistica, ben raffigurata dall’immagine finale del volto di Sara – tornato bello e seducente – nello specchio. Questa immagine ha più a che fare, come area semantica, con lo specchio magico della regina cattiva di Biancaneve, che con il ‘rispecchiamento’ come primo momento importante della consapevolezza di sé: il semplice e superficiale contatto ‘magico’ con lo psicoterapeuta, quindi, permette a Sara (novella Anteo, che riprende forza tramite il contatto con la terra) il continuo ripristino della propria ‘forza’, contrassegnata però dalla seduzione e dalla manipolazione come condotte eccitanti con cui neutralizzare una sotterranea, profonda angoscia.
Riuscirà il terapeuta nelle sedute successive ad accompagnare Sara verso un coinvolgimento più profondo e adulto con la psicoterapia?
Bravi e convincenti, in ogni caso, gli attori.