Vorremmo esprimere alcune considerazioni in merito all’articolo firmato dal Dott. Maurilio Orbecchi e pubblicato su “TuttoScienze” del 5 marzo scorso, dal titolo “Dimentichiamo Edipo. A ferire nell’intimo sono i traumi dell’infanzia”.
Due parole preliminari sullo scarso fair play dimostrato dalla redazione di TuttoScienze nel non affiancare al pezzo del Dott. Orbecchi il controcanto di uno psicoanalista, ignorando una regola fondamentale del metodo scientifico e del giornalismo di qualità ovvero quella del contraddittorio tra tesi e antitesi, lasciando al lettore la libertà di fare la propria personale sintesi di quanto ha letto.
A giudizio degli scriventi, il vero oggetto dell’articolo non è tanto la condivisibile “riabilitazione” di Pierre Janet, quanto la contrapposizione tra Freud e le moderne neuroscienze. Da questo punto di vista l’articolo è l’ultimo di una serie di interventi del Dott. Orbecchi sulle pagine del noto supplemento de La Stampa, accomunati da una critica alla psicoterapia del profondo – ritenuta non scientifica – nei confronti della quale vengono positivamente opposte le “neuroscienze”. Non a caso, il sottotitolo del pezzo suona: “Freud addio, le neuroscienze riscoprono Janet”. Si tratta di un confronto discutibile tra due entità alquanto eterogenee.
Il lavoro di Freud (ma lo stesso discorso potrebbe valere per Jung) è, infatti, l’opus pionieristico e geniale di un singolo uomo, il cui oggetto è la mente e il cui scopo fondamentale è la cura della sofferenza psichica. Le neuroscienze sono invece una disciplina assolutamente composita, portata avanti negli ultimi decenni da decine di migliaia di ricercatori in tutto il mondo lungo filoni tematici anche molto disparati (dalla biologia molecolare al neuro-imaging), il cui oggetto è il Sistema Nervoso Centrale e il cui scopo prioritario è la ricerca. Una ricerca, detto per inciso, ancora molto lontana dall’essere trasformata in strumento terapeutico; come osserva Allen Frances, “padre” del DSM IV e attualmente impegnato in una critica serrata degli sviluppi sempre più neurologici della psichiatria: “Avremo anche imparato tantissimo sul funzionamento cerebrale, ma non abbiamo ancora trovato il modo di trasformare la ricerca di base in psichiatria clinica” (Primo, non curare chi è normale, Bollati Boringhieri, Torino 2013). Nella pratica clinica, di fatto, è ancora oggi più efficace la psicoanalisi, con le sue molte e variegate anime, che non la biologia molecolare o la Pet. Persino l’atto prettamente “medico” di prescrivere uno psico-farmaco dovrebbe essere accompagnato da un saper fare psicologico – attento alle dinamiche transferali e controtransferali – oggi malauguratamente sempre più trascurato nei corsi di laurea in medicina e nelle scuole di specializzazione, naturalmente con le dovute eccezioni.
Ci chiediamo, quindi, la ratio del confronto tra Freud e le neuroscienze, tra un lavoro che ha più di un secolo di vita e una disciplina ancora giovanissima, confronto che rischia di trasformare quello che potrebbe essere un fertile scambio di conoscenze in una sterile querelle des anciens et des modernes.
E allora possono profilarsi due scenari: o l’estensore dell’articolo non conosce i ricchi sviluppi dell’attuale dibattito psicoanalitico, andato nel frattempo ben oltre le dispute intorno al complesso di Edipo, specie nei creativi sviluppi post-bioniani, ed è rimasto ancorato in buona fede a polemiche obsolete, oppure egli scotomizza l’importante contributo della psicoanalisi contemporanea, dipingendo il corpus psicoanalitico come un arnese vecchio e polveroso, al fine di esaltare per contrasto la grandezza delle giovani neuroscienze.
Non crediamo che queste ultime necessitino di tanto entusiastico sostegno. Piuttosto, sarebbe necessario un atteggiamento di prudente vigilanza, visto e considerato che la ricerca scientifica, per il bisogno di enormi finanziamenti che la contraddistingue, viene inevitabilmente a ingranarsi col mondo dell’industria, specie farmaceutica, e con le logiche del business e del mercato che lo governano: “Big Pharma”, come le cronache di questi giorni ci ricordano, vero e proprio convitato di pietra della ricerca scientifica, è un problema sociale ben più pressante dei presunti conflitti teorici tra Freud e Janet.
Dietro gli psicoanalisti, invece, non esistono importanti interessi economici e conseguentemente non esiste il rischio di mercificazione su scala industriale dei pazienti. E se è vero che in alcuni periodi la psicoanalisi ha avuto il torto di monopolizzare la cultura, all’insegna di quel connubio tra Freud e Marx che ha segnato profondamente gli anni ‘70, è altrettanto vero che essa è stata un incredibile fermento culturale, ispirando capolavori come “La coscienza di Zeno”, giusto per fare un esempio tra i mille possibili. Gli psicoanalisti possono dormire, dunque, sonni tranquilli e ricchi di sogni, che il simpatico fantasma dell’intelligente Janet non vorrà certo disturbare.