Arrigo Boito, poeta e musicista tra i più trascurati nei programmi scolastici, fu un rappresentante geniale e innovativo della Scapigliatura. Nato a Padova nel 1842 e morto a Milano nel 1918, fratello dell’architetto Camillo Boito, il suo nome rimane legato ai libretti dei due capolavori verdiani Otello e Falstaff, e all’opera lirica Mefistofele. Meno conosciuta è la giovanile produzione poetica e narrativa, di cui peraltro fanno parte poesie che meriterebbero di essere studiate a scuola ben più che tanta produzione di Carducci, Pascoli o D’Annunzio. Tra queste: Dualismo, A Giovanni Camerana, A Emilio Praga, ***, Case Nuove: poesie in cui prende corpo la polemica contemporaneamente antiromantica e antimoderna della Scapigliatura, in un certo senso l’unico equivalente italiano della poetica baudelairiana. E’ del 1863 la composizione Lezione d’anatomia, articolata in strofe di quinari che riescono a riprodurre con un ritmo ipnotizzante l’atmosfera fredda e rituale di una sala settoria. Compare in questa poesia una polemica tagliente contro il positivismo ottocentesco, a difesa di quella che potremmo definire la dimensione immaginativa della mente. Ma Boito, fedele alla propria poetica, rifugge dalla tentazione romantica di arroccamento nell’Ideale, e la crudele e sarcastica chiusa della poesia denuncia la necessità di trovare una soluzione diversa dall’opposizione tipicamente ottocentesca tra reale e ideale.

Un secolo e mezzo più tardi, questa poesia conserva una straordinaria attualità, in un’epoca in cui le “Neuroscienze” si sono affermate ben oltre le loro reali possibilità di intervento terapeutico, soprattutto quando parliamo di ansia e depressione. Tanto che in molte università, come quella di Torino, la psichiatria è assorbita all’interno del Dipartimento di Neuroscienze, divenendo di fatto subalterna a un paradigma di stampo positivistico che pone evidenti confini a ciò che intendiamo come “mente”. Manca però oggi, diversamente da un secolo e mezzo fa, un poeta che sappia accompagnarci nella ricerca di una via d’uscita tra i mostri di Scilla e Cariddi rappresentati dal positivismo neuroscientifico da un lato e da un irrazionalismo in salsa New Age, che tante volte finisce con l’opporglivisi.

Lezione di anatomia

La sala è lugubre;
dal negro tetto
discende l’alba,
che si riverbera
sul freddo letto
con luce scialba.

Chi dorme?… Un’etica
defunta ieri
all’ospedale;
tolta alla requie
dei cimiteri,
e al funerale:

tolta alla placida
nenia del prete,
e al dormitorio;
tolta alle gocciole
roride e chete
dell’aspersorio.

Delitto! e sanguina
per piaga immonda
il petto a quella!…
Ed era giovane!
ed era bionda!
ed era bella!

Con quel cadavere
(steril connubio!
sapienza insana!)
tu accresci il numero
di qualche dubio,
scïenza umana!

Mentre urla il medico
la sua lezione:
E cita ad hoc:
Vesalio, Ippocrate,
Harvey, Bacone,
Sprengel e Koch,

io penso ai teneri
casi passati
su quella testa,
ai sogni estatici
invan sognati
da quella mesta.

Penso agli eterei
della speranza
mille universi!
Finzion fuggevole
più che una stanza
di quattro versi.

Pur quella vergine
senza sudario
sperò, nell’ore
più melanconiche
come un santuario
chiuse il suo cuore,

ed ora il clinico
che glielo svelle
grida ed esorta:
«ecco le valvole
«ecco le celle
«ecco l’aòrta

Poi segue: « huic sanguinis
circulationi…».
Ed io, travolto,
ritorno a leggere
le mie visioni
sul bianco volto.

Scïenza, vattene
co’ tuoi conforti!
Ridammi i mondi
del sogno e l’anima!
Sia pace ai morti
e ai moribondi.

Perdona o pallida
adolescente!
Fanciulla pia,
dolce, purissima,
fiore languente
di poësia!

E mentre suscito
nel mio segreto
quei sogni adorni…
in quel cadavere
si scopre un feto
di trenta giorni.

 

Arrigo Boito
Giugno, 1863