Se pensiamo all’Isis, una delle cose che più colpisce è il vero e proprio bombardamento mediatico che lo contraddistingue, paragonabile alla propaganda di regime del nazionalsocialismo e dell’Unione Sovietica. Da questo punto di vista, peraltro, emerge una differenza importante: mentre la propaganda di regime classica tende ad occultare i propri crimini, la propaganda dell’Isis ne fa invece il fulcro della propria campagna “pubblicitaria”, creando una vera e propria, inedita e brutale, corporate image. Tornano alla mente le parole di Marshall McLuhan, che nel 1964 in Understanding Media scriveva: “Inchiostro e fotografia stanno soppiantando carri armati e soldati”.

Una delle domande da porsi è quale sia il nervo scoperto della nostra società che i terroristi dell’Isis (che spesso vi hanno vissuto, com’è il caso di Jihadi John) vanno così chirurgicamente a colpire, materializzando una sorta di Freddy Krueger sepolto nella mente collettiva dell’Occidente ipertecnologizzato. Probabilmente, almeno una parte della risposta ha a che fare con le caratteristiche psichiche dell’uomo occidentale sempre più modellato profondamente dagli strumenti elettronici di cui dispone. “Noi diamo forma alle nostre case, e poi le nostre case danno forma a noi” pare abbia detto Winston Churchill, in inconsapevole sintonia con McLuhan. Analogamente, creiamo gli strumenti elettronici, il cyberspazio e così via, e questi poi ci danno forma, dando vita a un uomo moderno sempre più “autisticoide” e solo, cerebrale e ripiegato su se stesso: l’immagine ormai famigliare di una persona che cammina col capo chino sul proprio smartphone è molto eloquente da questo punto di vista. L’universo emotivo, in cui inestricabilmente si intrecciano la vita e la morte, sembra un peso troppo grande da portare in questo assetto mentale e la “rimozione” delle emozioni diventa una strategia sempre più forte. Ma se è vero che il rimosso ritorna, contenuti emozionali compressi e primitivi, nella misura in cui non sono elaborati dalla mente, sono pronti a tornare in campo in qualsiasi momento in forma di fantasmi mostruosi: il cancro, il terrorismo, il surriscaldamento del pianeta…

Così l’uomo moderno, che sempre più sostituisce alla sessualità in carne e ossa la fruizione asettica e privata di Youporn (quasi 5 miliardi di accessi nel 2012), si espone all’incubo specularmente unilaterale della “pornografia della morte” dell’Isis: Eros e Thanatos in versione cybernautica.

Da questo punto di vista, la guerra all’Isis dovrebbe comprendere, più che bombe e cannoni, un profondo cambiamento culturale dell’Occidente, che riduca la ferita su cui il terrorismo prolifera e si rinforza. Verrebbe la tentazione di ricordare le provocatorie proposte “swiftiane” di Pasolini, che nel 1975, poco dopo il terribile massacro del Circeo, chiedeva di abolire la scuola media dell’obbligo e la televisione per affrontare il problema del dilagare della criminalità. Ma sarebbe sufficiente cominciare da una riforma del modo di fare informazione, puntando a un giornalismo meno voyeuristico e ammiccante. Fare ascoltare a tutti i giornalisti la canzone “C’è un’aria” di Giorgio Gaber sarebbe un ottimo punto di partenza.