Andreas Lubitz era depresso?
Sembrerebbe di si, a giudicare dai titoli di giornali e telegiornali di tutto il mondo, che mescolano “depressione”, “esaurimento nervoso”, “burn-out”. E’ comprensibile tanta confusione, sia per l’enormità della tragedia, sia per la mancanza di informazioni certe rispetto alla storia di Lubitz.
Eppure, un fatto rimane incontrovertibile: un uomo solo ha trascinato nel proprio suicidio 149 persone innocenti, in un volo planare verso lo schianto  dalle caratteristiche inquietanti, come se il pilota volesse consumare lentamente il suo ultimo atto, in una sorta di perversa fascinazione verso la morte. Si tratta dunque di depressione? E’ stata la depressione a condurlo a questo atto terribilmente distruttivo?
La risposta è no, doverosa per i moltissimi pazienti depressi – o che perlomeno hanno ricevuto questa diagnosi – che si staranno angosciosamente interrogando in queste ore se dentro di loro può albergare una tale furia omicida (perché in definitiva Lubitz più che suicida, è stato un gravissimo omicida).
La psichiatria biologica ci ha abituato a vedere la depressione sempre e solo come una malattia (cosa che spesso è), alla stessa stregua poniamo del diabete, indebolendo, nell’attacco sferrato in definitiva all’edificio psicoanalitico, una comprensione più profonda (psicodinamica) delle persone. Ma sono le persone a fare la differenza. E’ evidente che una depressione in una mentalità patologicamente narcisistica e psicopatica (Adolf Hitler, ad esempio) avrà conseguenze completamente diverse rispetto a una depressione in una persona normale, e gli atti conseguenti dipenderebbero in definitiva non dalla depressione, ma dalla struttura profonda della personalità. Senza trascurare il fatto che uno stato depressivo non sempre è una malattia, potendo essere, ad esempio, una coloritura della personalità o una reazione a situazioni di stress.
Non sappiamo molte cose, oggi come oggi, di Andreas Lubitz, e forse non le sapremo mai, ma un’ipotesi molto probabile è che egli fosse saturo di odio come può accadere in quelle sindromi che Otto Kernberg ha chiamato “narcisismo maligno”: personalità in cui una estrema grandiosità narcisistica, impregnata di disprezzo e risentimento nei confronti degli altri, si coniuga con una forte quota di aggressività. Per queste persone, il proprio trionfo si celebra perversamente sul terrore altrui: morire trascinandosi dietro decine e decine di persone equivarrebbe, da questo punto di vista, a elevarsi in modo megalomane al rango di un faraone che porta nella tomba i propri servitori vivi, scolpendo il ricordo di sé nella memoria collettiva mondiale: tragico antidoto a un sentimento profondo di debolezza e fallimento esistenziale.
Accanto quindi al dolore per le vittime e per i loro cari, compresi evidentemente i famigliari di Lubitz, sarà necessario un grande impegno per migliorare le procedure di analisi psicologica dei piloti, avendo appreso tutti con sgomento che Lufthansa sottoponeva i piloti a controlli principalmente medici.