Bel libro, uscito da poco per i tipi di Raffaello Cortina, dello psichiatra canadese Joel Paris: “Lo spettro bipolare. Diagnosi o moda?”. “Spettro bipolare” è un costrutto teorico legato soprattutto al lavoro degli psichiatri Hagop Akiskal e Jules Angst, che ha avuto una notevole risonanza in psichiatria a partire dalla metà degli anni ’90, tanto che Paris parla di “imperialismo bipolare”. Non è la prima volta che si diffonde, tra gli psichiatri e l’opinione pubblica, una moda: la depressione e il disturbo borderline negli anni ’90, l’ansia negli anni ’70, lo stress negli anni ’50 e ’60, sono degli esempi eloquenti. In parte ciò è fisiologico e costituisce una tappa quasi obbligata nel percorso di crescita della medicina e della psicologia. In parte vi contribuiscono altri fattori, primo fra tutti l’intervento interessato delle case farmaceutiche, che hanno poco interesse verso un approccio psicoterapeutico alla sofferenza psichica. Le neuroscienze si prestano molto di più a una medicalizzazione dei problemi psichici e a un conseguente impiego di farmaci come intervento elettivo. Osserva Joel Paris (che non è tra l’altro uno psicoanalista e il cui giudizio non è quindi affetto da partigianeria): “Le idee che si sono diffuse nell’ambito della nostra specialità hanno favorito una visione riduzionistica e un impianto teorico di stretta matrice biologistica della malattia mentale, che hanno finito per orientare l’attenzione, in modo quasi esclusivo, sulle terapie farmacologiche. Si tratta di una visione della psichiatria che non lascia spazio alla dimensione biopsicosociale e umanistica, bensì la considera come la mera applicazione clinica delle neuroscienze. Questo lascia poco spazio alla psicologia e non ne lascia alcuno alla parola” (pag. 122). La conseguenza è il diffondersi allarmante di trattamenti con stabilizzatori dell’umore e antipsicotici, ben aldilà dell’indicazione elettiva rappresentata dal Disturbo Bipolare tipo I e II. A proposito di quest’ultimo (il tipo II), caratterizzato da episodi ipomaniacali e non francamente maniacali, Allen Frances, che ha curato il DSM IV in cui il disturbo bipolare tipo II è apparso per la prima volta, manifesta oggi, peraltro, dei dubbi: “Sapendo quello che sappiamo adesso della moda che ha generato, è stata una buona idea inserire il Bipolare II nel DSM IV? Non lo so. (…) Una cosa è chiara però: in casi limite in cui il margine è minimo, bisognerebbe evitare di saltare sul carro della nuova moda creata dal battage pubblicitario delle aziende farmaceutiche. I farmaci antipsicotici sono troppo pericolosi perché siano presi senza un motivo vero” (Allen Frances “Primo, non curare chi è normale”, Bollati Boringhieri 2013, pag. 175).
Speriamo che quest’ultima fatica di Joel Paris contribuisca anche in Italia a un uso più oculato delle terapie con stabilizzatori dell’umore, farmaci che peraltro, quando usati correttamente, sono di indiscutibile utilità.