Psicoanalisi, come eravamo: Milano, 1966.

E’ interessante leggere, a distanza di così tanti anni, un articolo de La Stampa dell’11 gennaio 1966 a firma di Gaetano Tumiati, dal titolo: “A Milano è l’ora della psicoanalisi”.

Il divertente e ironico incipit è il seguente:

“Questo, a Milano, è il momento della psicanalisi. Gli psicanalisti qualificati son tanto carichi di lavoro da dover rifiutare i clienti che fan la coda davanti ai loro gabinetti; i corsi psicanalitici di aggiornamento promossi dal Centro milanese per lo sviluppo della psicoterapia sono frequentati da medici provenienti da ogni parte d’Italia; il mondo universitario e quello cattolico, fino a ieri diffidenti o contrari alla psicanalisi, le hanno aperto le porte; sulla scia della fortunata collana psicanalitica di Feltrinelli altri editori si accingono ad iniziative analoghe; fra Milano e Basilea, fra Milano e Zurigo è un continuo via vai di giovani psichiatri desiderosi di mantenere stretti contatti con le capitali della psicanalisi europea. Nel mondo dell’industria, del commercio, della pubblicità le discipline psicologiche son di casa da diversi anni; ormai non c’è grosso imprenditore che lanci un prodotto o inizi una campagna pubblicitaria, senza che lo psicologo o una squadra di psicologi abbiano espresso il loro parere. Nei salotti borghesi le intellettuali dai trentacinque in su discutono animatamente di «inconscio», di «complessi», di « intro » e di «extro-versioni », si interpretano i sogni a vicenda, dissertano sui legami fra nevrosi e sessualità. Le più intelligenti ed attive non aspirano più ad aprire una bottega d’antiquariato; sol che abbiano una laurea in medicina o in filosofia tentano di entrare in qualità di assistente in uno dei tanti centri psicopedagogici o d’orientamento professionale esistenti in città. Nei tinelli dei ceti medi lo psicologo è entrato da un pezzo con la televisione e i rotocalchi; le famiglie operaie hanno perfino un’esperienza diretta, i giovani sanno che per essere assunti da una grande industria è necessario sostenere un esame psicologico, partecipare a un «colloquio», sottoporsi a vari test attitudinali, e ne discutono a lungo così come le loro madri e le loro sorelle, ammaestrate dai settimanali femminili, dibattono problemi psicopedagogici, il bambino che continua a far pipì a letto, le turbe notturne, forse saranno stati gli sculaccioni, no, quelli quando ci vogliono ci vogliono”.

Proseguendo con la lettura, scopriamo che il registro diventa più serio e apprendiamo che a Milano alla fine della II Guerra Mondiale, c’era un solo psicoanalista, il padre per antonomasia della psicoanalisi italiana: Cesare Musatti. Nel 1966, si contavano invece una quarantina di psicoterapeuti, secondo il giornalista inscrivibili in una manciata di orientamenti teorici: tre gruppi di orientamento freudiano (quello classico di Musatti, i “kleiniani” di Fornari , e il gruppo innovativo per lo sviluppo della psicoterapia di Pier Francesco Galli); i “fedelissimi” di Jung, “con le sue componenti mistiche” (sic); e infine il gruppo dell’Università Cattolica, nato dopo il tramonto dell’agguerrita posizione anti-psicoanalitica di padre Gemelli.

La stragrande maggioranza di questi psicoterapeuti proviene da Medicina, ci spiega Tumiati, mentre pochissimi, tra cui lo stesso Musatti, da altri percorsi come ad esempio Filosofia.

Apprendiamo poi che tra le diverse correnti psicoanalitiche esisteva negli anni ‘60 una discreta armonia, tanto che Musatti racconta al giornalista di non avere problemi a inviare pazienti a colleghi anche junghiani, affermando che “il metro non è sempre uguale per tutti, esistono temperamenti su cui il misticismo e l’irrazionalità junghiana possono ottenere risultati impensati”.

Il costo base di una seduta era all’epoca di 10.000 lire, con una frequenza, nella cura “completa” di tre sedute alla settimana per almeno un paio di anni. Questo faceva si che ogni analista, il cui impegno lavorativo andava dalle cinque alle otto sedute al giorno, non potesse avere più di 10-15 clienti: “come a dire che delle migliaia di nevrotici certamente esistenti a Milano, solo cinquecento o giù di lì hanno l’effettiva possibilità di curarsi. Cinquecento, fra l’altro, che provengono sempre dallo stesso ristrettissimo ceto, dato che una cura completa viene a costare tra i tre e i sei milioni”.

L’articolo procede poi interrogandosi sulle persone che non possono permettersi un trattamento psicoanalitico, registrando l’arretratezza del servizio pubblico, peraltro a quel tempo sostanzialmente inesistente (il nostro attuale SSN nascerà solo 12 anni dopo con la Legge 833), e Tumiati si fa quindi portavoce dell’auspicio che gli ospedali psichiatrici si dotino al più presto di servizi di psicoterapia e di psichiatri adeguatamente formati, chiosando: “per essere uno psichiatra completo, è utilissimo avere una buona preparazione analitica”.

Che effetto fa leggere queste righe cinquant’anni dopo? Beh, diciamoci francamente che il sapore è un po’ amaro. Certamente, la psichiatria ha compiuto grandi passi in avanti da allora, ma gli eventi più rilevanti rimangono la chiusura dei manicomi (veri e propri indegni lager ancora negli anni ’60, e non solo al Sud: nel pieno centro di Torino il manicomio femminile di via Giulio – l’attuale sede dell’anagrafe centrale – era noto in quel periodo come uno dei peggiori esempi di assistenza psichiatrica, con sovraffollamento, sporcizia, minima assistenza medica, maltrattamenti) e l’avvento degli psicofarmaci, che ha permesso un notevole miglioramento nella cura dei gravi disturbi psichiatrici, pur essendo poi andato incontro alle logiche mercantili di “Big Pharma”. Ma la riforma psichiatrica è del 1978 con la legge 180, e gli psicofarmaci non presentano ormai da molti anni vere sostanziali innovazioni. Se questi miglioramenti hanno ormai svariati anni, non soltanto però l’innovazione psichiatrica si è fermata ma si è poi andati incontro a un sostanziale ritorno indietro, con risorse sempre più scarse destinate alla psichiatria e più o meno esplicite nostalgie dell’era manicomiale. Più in generale, e tornando alla psicoanalisi, anche la cultura psichiatrica nel suo complesso è andata incontro a un movimento fortemente regressivo. Il movimento psicoanalitico – che, pur con i suoi torti (frequente dogmatismo, settarismo…), ha sempre rappresentato una visione allargata della mente e del senso della vita, dialogando con i principali esponenti del mondo artistico e culturale – ha sempre più perso terreno a favore della deriva neopositivistica rappresentata dalle neuroscienze (e dalla grande industria farmaceutica). Una deriva che non ha migliorato la comprensione e la cura dei disturbi psichici, e ha anzi determinato un sovradimensionamento pauroso del ricorso ai farmaci in psichiatria, complicando il decorso di alcuni quadri di sofferenza psichica con problemi di dipendenza e di effetti collaterali.

Se quindi nel lontano 1966 si poteva salutare come una ventata vitale il diffondersi in Italia della cultura psicoanalitica (perfino all’interno della polverosa cultura accademica universitaria), oggi dobbiamo registrarne la scomparsa nella cultura “ufficiale”: non se ne parla più a Medicina, e se ne parla poco a Psicologia, e la voce di autentici psicoanalisti nei mass-media è diventata impalpabile. Ma gli psicoanalisti fortunatamente esistono ancora, continuando a lavorare come sempre, e contribuendo a una continua vitale evoluzione del pensiero psicoanalitico, che paradossalmente non è mai stato in salute come in questo momento.

la-stampa