Il personaggio di Dulcamara, messo in musica dal genio di Donizetti, rappresenta il ciarlatano per eccellenza. Il suo ingresso nel I atto dell’“Elisir d’amore”, con la celebre aria “Udite, o rustici”, è spettacolare, e consigliamo a tutti di ascoltarlo più volte, magari con davanti il testo di Felice Romani per i meno avvezzi alla musica lirica (nel caso, uno degli interpreti più divertenti e capaci da cercare su Youtube rimane Enzo Dara, ritratto nell’immagine che proponiamo). Cosa fa Dulcamara, la cui ambiguità è già magistralmente presente nel nome? Vende, al ‘popolino’ di un paese nel quale approda nel suo girovagare di truffa in truffa, un suo rimedio che vale per tutti i mali, un rimedio portentoso che “move i paralitici, spedisce gli apopletici, gli asmatici, gli asfitici, gl’isterici, i diabetici, guarisce timpanitidi, e scrofole e rachitidi, e fino il mal di fegato, che in moda diventò”. Possedendo un tale farmaco miracoloso, Dulcamara non può che presentarsi come “benefattor degli uomini, riparator dei mali, in pochi giorni io sgombero, io spazzo gli spedali, e la salute a vendere per tutto il mondo io vo”. E naturalmente la cifra richiesta per tale portentoso preparato è minima, come sottolineato dal “per poco io ve lo do” più volte ribadito. E il motivo di tale economicità?: l’amore di patria, “di patria il dolce affetto”, visto e considerato che l’ingegnoso Dulcamara si spaccia per originario di ogni paese cui fa visita. Che c’entra il simpatico Dulcamara, che peraltro nell’opera contribuisce involontariamente al lieto fine, con gli assai meno simpatici politici delle nostre democrazie? E’ naturalmente una domanda retorica, visto che le analogie sono molteplici: l’amore “disinteressato” per la patria, l’economicità del prezzo richiesto (una piccola X su una scheda elettorale), ma soprattutto il “farmaco” venduto, in grado di guarire ogni male almeno nei discorsi pre-elettorali: disoccupazione, criminalità, crisi economica… Ma qual è questo farmaco?: ovviamente il partito o movimento che dir si voglia per cui si chiede il voto. Questo però fino a qualche tempo fa. E’ interessante, infatti, e evidentemente preoccupante, il fatto che oggi invece, sempre di più, il “farmaco” venduto è il singolo leader politico. In Italia l’esempio eloquente è rappresentato da Renzi (e prima di lui chiaramente da Berlusconi), vero e proprio uomo-partito. Questo fenomeno di “personalizzazione” dell’agone politico è preoccupante dal punto di vista psicologico, oltreché politico. Cosa accade se un leader politico propone se stesso al popolo come farmaco per la cura della nazione? Accade che entriamo in una dimensione sotterraneamente estremamente irrazionale, una laica “eucaristia” in cui il leader/redentore cerca di entrare in “comunione” mistica col popolo (che sempre coltiva in sé, poco o tanto che sia, speranze messianiche) in una dinamica che il grande psicoanalista Wilfred Bion avrebbe definito di “gruppo in assunto di base”, cioè in parole povere di gruppo vittima di funzionamenti psicologici di naturale primitiva e, alla lunga, distruttiva. In altri termini, la personalizzazione della politica segnala, al di sotto della superficie, un preoccupante funzionamento irrazionale e regressivo della dimensione politica e il suo allontanarsi ulteriore dalla concreta possibilità di affrontare quei problemi di cui i politici dovrebbero occuparsi. Da questo punto di vista, sarebbe bene tornare ai partiti, possibilmente chiaramente identificati in un sistema ideologico riconoscibile, giusto o sbagliato che sia, e lasciare il simpatico Dulcamara all’opera geniale di Donizetti.