Se ci si arma di molta pazienza, come succede spesso con l’editore Aragno, i cui libri vanno spesso attesi a lungo dopo averli ordinati, si può venire in possesso di questo libro, appena uscito, di Augusto Romano “L’inconscio a Torino”. E’ un libro di piacevole lettura, con molti pregi e qualche ombra.

La prima parte è un viaggio nell’avventura editoriale che portò – con mezzo secolo di ritardo! – alla graduale pubblicazione in Italia delle opere di Freud e Jung, e, alla spicciolata, di molti altri autori “minori” dell’universo psicoanalitico: di questa lunga e travagliata avventura editoriale Torino fu un crocevia fondamentale a partire dagli anni ‘30. Questa prima sezione svolge egregiamente la funzione retorica di innescare un’atmosfera mitica a sostegno del resto del libro (in cui non sono rari passaggi più prosaici, ma, com’è noto, quandoque bonus dormitat Homerus…), accompagnando il lettore in un universo affascinante in cui si intrecciano figure leggendarie come Adriano Olivetti, Cesare Musatti, Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Ernst Bernhard, Giacomo Debenedetti… Ma un merito particolare di questa prima parte del libro è la sapiente descrizione di quell’intellettuale tanto straordinario quanto sconosciuto che fu Bobi Bazlen, geniale e instancabile consulente editoriale di case editrici come Adelphi, Astrolabio, Bompiani, Boringhieri, Einaudi; un intellettuale poliedrico paragonabile, per vastità di cultura e energia propositiva, a quell’altro altrettanto grande e sconosciuto promotore editoriale che fu Alfredo Cattabiani. Solo per il ritratto di Bobi Bazlen, il libro varrebbe l’acquisto.

La seconda parte del libro (si badi che non seguiamo la suddivisione dell’indice) entra nel vivo dei principali orientamenti di psicoterapia che a partire dal secondo dopoguerra si sono gradualmente e lentamente affermati a Torino; una Torino questa volta protagonista solo in seconda battuta, sulla scia di un fermento culturale che vide a lungo Milano, specie dagli anni ’50 agli anni ’80, come principale protagonista. Scuola dopo scuola (freudiani, lacaniani, adleriani, e infine l’articolato arcipelago junghiano), troviamo le vicende e i personaggi di un percorso appassionante e rizomatico, intrecciato in parte con l’Università e con le istituzioni sanitarie – dai manicomi fino ai servizi psichiatrici istituiti nel ’78 dalla Legge 180 – e in parte assai maggiore organizzato nei mille rivoli di iniziative spontanee di studio e ricerca individuali o di gruppo, e nello svolgimento dell’attività privata da parte di sempre più numerosi psicoterapeuti. Alcuni dei protagonisti di quegli anni sono intervistati da Romano e raccontano i propri ricordi. Incontriamo, ad esempio, il Prof. Gian Giacomo Rovera che, come il Prof. Michele Torre prima di lui, rappresentò per molti giovani medici un’isola vitale di umanesimo e psicologia – declinata in chiave adleriana, a differenza del registro esistenzialista di Torre – all’interno di una Clinica Psichiatrica Universitaria che invece col Prof. Ravizza stava già incanalandosi in quel percorso desertificato che è la psichiatria organicista, generosa dispensatrice di psicofarmaci e attuale monocultura della psichiatria universitaria piemontese, con l’eccezione del polo di Novara dove l’insegnamento del Prof. Eugenio Torre, figlio di Michele, ha saputo proseguire la tradizione alta di una psichiatria umanistica e, più in generale, di una vera e propria filosofia dell’arte medica. E incontriamo anche il Dott. Giulio Gasca, che nei servizi psichiatrici pubblici seppe costituire, secondo le proprie corde e sviluppando una raffinata teoria e tecnica dello psicodramma analitico, un’equivalente isola di cultura psicodinamica all’interno del servizio sanitario pubblico, a sua volta, come l’Università, pronto a discendere la china di logiche politiche e di potere che, rapidamente e in modo sempre più becero, smisero di avere il paziente al centro dell’attenzione. E questo solo per citare due dei tanti protagonisti che sfilano lungo le pagine del libro, interessante amarcord per chi quei personaggi li conobbe, ma interessante rievocazione anche per i più giovani e per i non addetti ai lavori. I punti deboli di questa parte del libro, almeno sotto un registro emotivo ed evocativo, sono rappresentati dalla presentazione delle scuole psicoterapeutiche ufficiali di oggi, presentazione piuttosto fredda e scolastica di orientamenti teorici, linee programmatiche e attività. Ma la responsabilità in questo caso non è tanto degli epigoni di quegli esploratori di allora, quanto nello spirito del nostro tempo, in cui si è perso il gusto per una ricerca non convenzionale e anticonformista, attualmente portata avanti non tanto a Torino quanto, ad esempio, a Pavia dal gruppo di psicoanalisti che ruota intorno ad Antonino Ferro.

L’ultima parte del libro (“Influenze junghiane”), ultima secondo la nostra personale spartizione, è forse la meno interessante, essendo costituita da un giro di valzer di ricordi e riflessioni di analisti e studiosi che ruotano, o hanno ruotato, intorno alla figura di Augusto Romano, e qui si sfora un po’ nell’agiografico.

Cosa rimane alla fine della lettura? La percezione di avere alle spalle un’epoca di grande fermento intellettuale, perfino nelle avventure meno condivisibili, come quelle della Scuola Junghiana, fondata da Silvia Montefoschi e Maurilio Orbecchi; la prima autoinvolutasi, da un certo punto in avanti, in un misticismo alquanto criptico ed esoterico, il secondo, per suggestiva enantiodromia, attuale saltuario promoter delle meraviglie delle neuroscienze e dell’evoluzionismo sulle pagine del quotidiano cittadino La Stampa, secondo un gusto e una sensibilità molto più affini alla linea neopositivista degli epigoni del prof. Ravizza che non all’originario, benché un po’ fumoso, spirito junghiano degli inizi.

Il problema della scomparsa di quei fermenti del passato non è comunque legato solo alla povertà intellettuale dell’orientamento organicista e neurologico della psichiatria attuale; questa involuzione culturale della psichiatria è in fin dei conti solo l’effetto di quel più generale declino intellettuale che attraversa trasversalmente tutto il nostro paese più o meno dagli anni ’90 del secolo scorso. A Torino, peraltro, la deflazione culturale sembra più dolorosa e stridente che in altre città, potendo vantare nel proprio passato un elenco invidiabile di intellettuali, politici, filosofi e scrittori di primo rango.

Speriamo che questo libro possa contribuire, ricordando un passato vitalmente contraddittorio, a risvegliare un desiderio più autentico di conoscenza nelle teste dei giovani psicologi e dei giovani medici di oggi, bombardate senza colpa ormai da tempo da una psicologia da manuale universitario e da un nozionismo cervello-centrico. Verrebbe da concludere quindi citando per risonanza un altro grande e dimenticato intellettuale italiano, Giacomo Noventa – anche lui tra l’altro, veneto di origine, transitato da Torino dove divenne amico di Ada e Piero Gobetti, Mario Soldati, Giacomo Debenedetti, Carlo Levi… – che nel 1960, al termine di “Dio è con noi”, immaginario dialogo con Alberto Mondadori e Renato Guttuso e vero e proprio testamento spirituale, scriveva: “Chissà che il vuoto dei cervelli letterati italiani non sia più disponibile. E che le mie parole urtando finalmente nelle loro teste chiuse non ne rimbalzino verso gli uomini a cui sono destinate”.