Quel silenzioso killeraggio psichico nelle famiglie “normali”: “Le correzioni” di Jonathan Franzen.

 

Già alle prime pagine del romanzo, si chiarisce il tema centrale, esposto da Franzen con spietata e chirurgica chiarezza per tutto il racconto. Alfred ed Enid Lambert, anziani coniugi con tre figli, arrivano all’aeroporto La Guardia di New York, prossimi a imbarcarsi in una crociera. Figli del Midwest, cuore profondo e bigotto degli Stati Uniti, avanzano con passo incerto in mezzo alla folla di viaggiatori, un po’ perché intimoriti, un po’ per gli acciacchi dell’età: l’anca malandata di Enid, il Parkinson di Alfred. “Chiunque li avesse visti distogliere lo sguardo dai newyorchesi scuri di capelli che li superavano di corsa, chiunque avesse scorto il cappello di paglia di Alfred stagliarsi all’altezza del grano nell’Iowa del Labor Day, o la lana gialla dei pantaloni tesi sull’anca sporgente di Enid, avrebbe capito che venivano dal Midwest e che erano intimoriti. Ma per Chip Lambert, che li aspettava oltre il controllo bagagli, erano due killer”.

Da subito, è questa la cifra dell’intero romanzo: il contrasto tra la realtà che si vede, perlomeno la realtà che vedono gli “altri”, e la realtà che si percepisce e si vive, un fiume sotterraneo ed inconscio di verità emotive molto più concrete e “reali” dell’apparenza delle cose. E’ in questo secondo piano di realtà che Chip può “vedere”, con assoluta precisione, due killer nei propri genitori. E questo è il tema fondamentale del libro: la capacità distruttiva delle famiglie “normali”, così lontane dalle famiglie disadattate e marginali (genitori alcolisti o drogati, povertà, basso livello di istruzione, ecc.) che in genere associamo pigramente al concetto di violenza psicologica.

Ma in cosa consiste allora la violenza, potenzialmente psicologicamente omicida, delle famiglie? Lo si scoprirà leggendo le pagine di Franzen, ma, in breve, sono le silenziose infelicità genitoriali, soprattutto quando – come spesso accade – inconsapevoli e inespresse, ad avvelenare, giorno dopo giorno, le menti dei figli. Alfred ed Enid sono carichi di risentimento e rancore, di incomprensioni e fratture, vissute nell’arco di un’intera esistenza, ma “avevano mantenuto la pace e lasciato che la loro guerra si svolgesse per procura nella testa della figlia”. Questo è il punto: ‘mantenere la pace e lasciare che la guerra si svolga per procura nella testa dei figli’. I figli, cioè, come una sorta di “mente in affitto” per stoccare e rimuovere i conflitti genitoriali. E i figli non lo sanno e possono passare a loro volta un’intera esistenza a riflettere sul perché delle proprie sofferenze e dei propri fallimenti.

Il tema è di dimensioni tragiche, degno dei grandi scrittori, da Sofocle a Tolstoj. Tornano in mente le scene iniziali dell’“Edipo Re” di Pasolini: scene di una famiglia borghese degli anni ’20, in qualche luogo imprecisato del Nord Italia, precedono le vicende mitiche di Edipo nell’antica Grecia, come a ricordarci di non fare l’errore ingenuo (e molto rassicurante) di pensare che la potenza psichica di quel mito – il cui incipit fondamentale è la volontà omicida del padre Laio nei confronti del figlio Edipo – sia confinata in quell’improbabile mondo mitologico, così distante nel tempo e nello spazio. Edipo, Laio e Giocasta girano tra noi, anche in questo mondo tecnologico e post-moderno in cui viviamo. Questo è lo straordinario e inquietante messaggio del lavoro di Freud, e questa è la geniale riscoperta di quella intuizione da parte di Jonathan Franzen.